In Italia non mancano le idee, ma quando si tratta di metterle in pratica le persone decidono di andare altrove. È il messaggio lanciato dall'economista Tito Boeri, intervenuto a Roma al convegno “La Salute che fa crescere il Paese”, organizzato da Roche Italia con il supporto metodologico di Pwc Italia. L'incontro ha riunito esperti e rappresentanti delle istituzioni per discutere del ruolo della ricerca e dell'innovazione come motori della crescita economica e sociale.

Boeri ha evidenziato un dato che, secondo la sua analisi, rappresenta una delle criticità più rilevanti del sistema italiano della ricerca. Nell'ultima tornata degli Erc Advanced Grant, cinquanta ricercatori italiani hanno vinto un finanziamento europeo, ma solo ventidue progetti saranno realizzati in Italia. Una differenza, ha osservato, che non dipende necessariamente dalla qualità della ricerca italiana, ma dalle condizioni istituzionali e dagli strumenti di supporto ai ricercatori.

Il confronto con la Spagna, indicato dall'economista come uno dei principali modelli di riferimento, è netto. Negli stessi grant, pur con trentanove vincitori spagnoli, diciannove progetti verranno sviluppati in Spagna, contro i ventinove dell'Italia. Un risultato che, secondo Boeri, riflette la capacità del sistema spagnolo di creare le condizioni affinché i ricercatori decidano di rimanere o di tornare nel Paese.

Il nodo, ha spiegato, non riguarda esclusivamente la disponibilità di risorse pubbliche. “Non è vero che spendiamo meno della Spagna”, ha detto, sottolineando che la differenza risiede nelle modalità con cui le risorse vengono utilizzate. Il sistema spagnolo avrebbe infatti sviluppato strumenti più efficaci per facilitare l'accesso ai finanziamenti europei e introdotto percorsi di carriera, come il tenure track, che consentono ai ricercatori di stabilizzare la propria posizione senza dover attendere il pensionamento di altri docenti.

Nel corso dell'intervento è emerso anche un altro elemento: la rapidità con cui i sistemi sanitari nazionali riescono a tradurre la ricerca in opportunità concrete per i pazienti e per il sistema economico. Il confronto con la Spagna si riflette anche nella velocità con cui vengono attivati i centri clinici. In Italia, ha ricordato Boeri citando i dati presentati al convegno, l'arruolamento dei pazienti richiede mediamente 148 giorni, contro i 112 della Spagna. Una differenza che, secondo le stime presentate, avrebbe comportato circa 450 studi attivati in meno, oltre 10.500 pazienti non arruolati e circa 180 milioni di euro di opportunità economiche perse per il Servizio sanitario nazionale in tre anni.

Il convegno ha affrontato anche il tema del rapporto tra ricerca, innovazione e crescita economica. Il presidente di Roche Italia, Francesco Frattini, ha sottolineato come ogni euro di valore aggiunto diretto generato dall'azienda produca un impatto complessivo sul Pil italiano pari a 2,8 euro. Un effetto che, secondo quanto emerso dall'incontro, non riguarda soltanto il settore farmaceutico, ma l'intero ecosistema della ricerca.

Sul piano internazionale, l'ambasciatore di Svizzera in Italia, Roberto Balzaretti, ha richiamato il legame tra innovazione e competitività dei sistemi nazionali. Investire in ricerca e innovazione, ha osservato, non è una scelta esclusivamente di politica industriale, ma una necessità strategica per garantire autonomia, sicurezza e capacità di risposta alle nuove esigenze della popolazione.

Una riflessione che, per Balzaretti, riguarda soprattutto la capacità dei sistemi sanitari di trasformare la conoscenza scientifica in benefici concreti per i cittadini. “Il punto non è esclusivamente ciò che la scienza ci permette di scoprire”, ha dichiarato, “quanto la capacità di tradurre quelle scoperte in risultati tangibili per le persone”.

Boeri ha infine affrontato anche il tema delle disuguaglianze nell'accesso alle cure. In Italia, ha ricordato, il divario nell'aspettativa di vita tra le fasce di reddito resta significativo: il decile più ricco vive mediamente 5,7 anni in più rispetto a quello più povero. Un dato che, secondo la sua analisi, rende necessario rafforzare la ricerca pubblica e orientarla anche verso le patologie che colpiscono le fasce più vulnerabili e la salute dei bambini.

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