Il dibattito sul prezzo dei carburanti torna al centro dell’attenzione dopo le iniziative di Eni e IP sul price cap. La questione non è solo economica, ma politica, perché riguarda la distribuzione dei costi e delle responsabilità lungo la filiera. Roberto Di Vincenzo, presidente di Fegica, interviene per chiarire i meccanismi di formazione del prezzo, le conseguenze delle iniziative delle compagnie sui margini dei gestori e le differenze tra le reti delle grandi compagnie e quelle degli operatori indipendenti.

Secondo Di Vincenzo, il prezzo alla pompa è determinato da dinamiche di mercato che comprendono quotazioni internazionali, fiscalità e politiche commerciali. In questo contesto, le recenti iniziative di Eni e IP rappresentano un tentativo di incidere sul mercato attraverso un price cap, ma anche di evitare prelievi fiscali sui superprofitti. Il risultato, sostiene il presidente di Fegica, è stato un intervento che ha finito per scaricare il peso sui margini della distribuzione e dei gestori, anziché intervenire direttamente sui profitti delle compagnie.

Nel dettaglio, il prezzo internazionale dei prodotti finiti incide per circa il 50% sul prezzo al pubblico, mentre il margine del gestore è di circa 3,5 centesimi/litro. Le componenti fiscali, accisa e IVA, rappresentano valori rigidi e fuori dal controllo dei distributori. Di Vincenzo sottolinea che il benzinaio non è il responsabile delle oscillazioni di prezzo e che spesso viene utilizzato come elemento di “distrazione di massa” per nascondere vantaggi ottenuti da altri attori della filiera.

Sul piano politico, il presidente di Fegica evidenzia la necessità di un price cap come misura generale e regolata. Ricorda che Fegica e Faib avevano già proposto un metodo che avrebbe consentito di applicare il price cap in modo da fermare i profitti eccessivi delle compagnie petrolifere, mantenendo al contempo un equilibrio tra tutela dei consumatori e sostenibilità della rete distributiva. In questa prospettiva, l’intervento sui prezzi non dovrebbe gravare sui margini dei gestori, ma essere accompagnato da un meccanismo capace di garantire la tenuta della rete e la tutela degli utenti.

La questione diventa quindi politica: il prezzo non lo decide il gestore, ma dipende da scelte di mercato e fiscali. Per Di Vincenzo, serve una scelta politica chiara. Il Parlamento e il Governo devono intervenire per garantire equità nel mercato, evitando che gli interventi si traducano in ulteriori oneri per la rete distributiva. In sintesi, il tema non è solo economico, ma riguarda la capacità delle istituzioni di intervenire in modo efficace e coerente su un mercato strategico per il Paese.

Il prezzo alla pompa è determinato da dinamiche di mercato. Come si inseriscono in questo contesto le recenti iniziative di Eni e IP sul price cap?

«Le iniziative di Eni e IP si inseriscono in un contesto in cui le compagnie cercano di incidere sul mercato attraverso il meccanismo del price cap (il prezzo massimo al dettaglio) per evitare il prelievo fiscale sui superprofitti. Queste iniziative però si sono rivelate fallimentari nel raggiungere l'obiettivo, poiché i prezzi sono scesi per un brevissimo periodo per poi risalire rapidamente, finendo per scaricare il peso dei costi sui margini della distribuzione e dei gestori».

Il prezzo al pubblico è composto da diverse voci. Quanto incidono il prezzo internazionale dei prodotti finiti e quanto, invece, la fiscalità e i margini della filiera?

«Il prezzo internazionale dei prodotti finiti incide per circa il 50% sul prezzo al pubblico. Accisa e IVA sono valori rigidi e fuori dal controllo dei distributori. Il margine del gestore è di circa 3,5 centesimi/litro. Questo dimostra come il gestore non sia il responsabile delle oscillazioni di prezzo».

Tra i consumatori persiste la percezione che il “benzinaio” sia responsabile del prezzo alla pompa. Quanto è fondata questa convinzione?

«Questa convinzione è totalmente infondata. Il prezzo alla pompa è determinato da quotazioni internazionali, fiscalità e politiche commerciali delle compagnie. Il gestore non ha alcun potere di incidere su questi elementi e spesso viene utilizzato come elemento di “distrazione di massa” per nascondere i vantaggi ottenuti da altri attori della filiera».

Nel mercato convivono reti delle grandi compagnie e operatori indipendenti o della grande distribuzione. Come si differenziano in termini di formazione del prezzo e di margini per i gestori?

«Le reti delle grandi compagnie e quelle degli operatori indipendenti o della grande distribuzione si differenziano notevolmente. Nelle grandi reti le politiche commerciali sono stabilite dalle compagnie petrolifere e i gestori hanno margini molto ridotti. Negli operatori indipendenti e della grande distribuzione, invece, c’è una maggiore libertà commerciale e la possibilità di applicare margini differenti, anche se comunque limitati».

Le recenti iniziative dimostrano che il price cap può incidere sulla dinamica dei prezzi. Esiste, secondo voi, lo spazio politico per applicare una misura generale che tuteli consumatori e rete distributiva?

«Il price cap può incidere sulla dinamica dei prezzi, ma deve essere applicato come una misura generale e regolata. Fegica e Faib avevano già proposto un metodo che avrebbe consentito di applicare il price cap in modo da fermare i profitti eccessivi delle compagnie petrolifere, mantenendo al contempo un equilibrio tra tutela dei consumatori e sostenibilità della rete distributiva».

Il punto diventa quindi politico. Il prezzo lo decide il mercato, ma il mercato delle compagnie non coincide con quello dei benzinai. A questo punto, serve una scelta politica?

«Assolutamente sì. Il prezzo non lo decide il gestore. Bisogna che Governo e Parlamento abbiano il coraggio di compiere scelte a vantaggio del popolo italiano. Fegica e Faib hanno dimostrato, con l’ausilio di una prestigiosa università, che è possibile applicare un metodo efficace. Serve una scelta politica per garantire equità nel mercato, evitando che gli interventi si traducano in ulteriori oneri per la rete distributiva».