Negli ultimi quindici anni, quasi un terzo delle imprese giapponesi che operavano in Cina ha deciso di disimpegnarsi. Le ragioni sono molte: la crescita delle tensioni tra Tokyo e Pechino, leggi e regole poco sensate e le difficoltà legate alle terre rare. Il governo giapponese, infatti, guidato da Sanae Takaichi, ha iniziato a trivellare il Pacifico per ottenere questi minerali critici in autonomia.

A giugno 2026, le aziende nipponiche attive in Cina erano 10.118, il 22,4% in meno rispetto al 2024 e quasi il 30% in meno rispetto al massimo storico del 2012. Questi dati arrivano da Teikoku Databank, una nota società di informazioni creditizie e ricerca aziendale giapponese.

Secondo lo studio, a influenzare le decisioni delle imprese sono stati il peggioramento delle relazioni tra Giappone e Cina, il rallentamento dell'economia cinese legato alla crisi immobiliare, le restrizioni sulle esportazioni di terre rare, le modifiche alla legge anti-spionaggio e la sovrapproduzione e concorrenza sui prezzi da parte delle aziende cinesi sostenute dal governo.

Le aziende hanno iniziato a percepire un aumento dei "rischi imprevedibili" nel fare affari in Cina. Negli ultimi due anni, le nuove entrate sono state 1.221, meno delle 1.352 registrate tra il 2020 e il 2022, mentre 4.137 imprese hanno chiuso o non risultano più operative, il dato più alto mai registrato. Teikoku Databank afferma che il business giapponese in Cina è passato "da una fase di espansione a una fase di riorganizzazione".

Questa tendenza ha colpito tutti i settori: le aziende manifatturiere sono scese da 5.139 nel 2024 a 4.206 nel 2026, quelle del commercio all'ingrosso da 4.218 a 3.320 e quelle dei servizi da 1.803 a 1.213. Anche Shanghai, il principale centro delle attività giapponesi in Cina, ha visto il numero delle imprese scendere da 5.046 a 3.961, con una diminuzione del 21,5%.

Nonostante il disimpegno, la Cina rimane un mercato enorme e un centro produttivo, logistico e commerciale fondamentale. Le aziende giapponesi stanno cercando di ridurre la dipendenza dalla Cina, mantenendo attività strategiche e spostandosi verso la manifattura ad alto valore aggiunto, la vendita e il marketing, la ricerca e sviluppo e i servizi informatici.

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