In un articolo pubblicato su formiche.net, Liuzzo ha evidenziato la necessità di investire nelle nuove generazioni non solo come esigenza etica ma anche come necessità economica. Il “diritto a restare” non è solo una rivendicazione individuale, ma una sfida collettiva per il Paese. Offrire ai giovani la possibilità di costruire il proprio futuro nella loro terra d’origine significa garantire un futuro all’Italia stessa.

Il concetto di “diritto a restare” nasce proprio da questa esigenza: ribaltare la narrativa secondo cui la mobilità è l’unica via di realizzazione. Partire per scelta, per arricchire il proprio percorso formativo o professionale, è cosa ben diversa dal doverlo fare per mancanza di alternative. Un concetto che la politica ha fatto proprio in modo trasversale, al di là delle appartenenze di parte, negli ultimi anni. Il diritto a restare non è un diritto contro l’andare, ma un diritto accanto al partire. È la possibilità di scegliere, non l’obbligo di restare.

Secondo i dati diffusi da Istat nel 2025, nel 2024 sono stati circa 141mila gli italiani che hanno lasciato il Paese, un numero che nel 2025 è sceso a 109mila, segnando un calo del 22,7%. La tendenza sembra confermare la possibilità di un’inversione di rotta, ma resta un dato strutturale: sempre più giovani, spesso altamente qualificati, scelgono di costruire le loro carriere altrove. E quando partono, non sempre tornano. La loro formazione diventa un investimento che altri Paesi raccolgono.

Il fenomeno non riguarda soltanto l’uscita dall’Italia. Anche all’interno del Paese si consuma un equilibrio fragile. Il Mezzogiorno, in particolare, continua a perdere capitale umano: secondo i dati riportati dalla Svimez nel 2025, tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso complessivamente 150mila laureati tra i 25 e i 34 anni, di cui 122mila verso il Nord e 28mila verso l’estero. Il dato indica una dinamica che va oltre l’emergenza: senza interventi strutturali, il rischio è una progressiva desertificazione delle competenze.

Questa riflessione è stata anticipata, molti decenni fa, da una figura chiave della storia economica italiana: Guido Carli. Governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975, Carli era fermamente convinto dell’importanza della formazione internazionale dei giovani italiani. Nel suo testamento spirituale, “Cinquant’anni di vita italiana”, pubblicato nel 1993, scrisse: “Noi dobbiamo mandare i nostri giovani all’estero, perché imparino, perché si confrontino, perché capiscano il mondo, ma poi dobbiamo creare qui le condizioni perché tornino e mettano a frutto quello che hanno appreso”.

La sua non era una semplice visione di apertura culturale, ma una strategia per il futuro del Paese. Un Paese che non investe sui suoi giovani perde non solo capitale umano, ma anche capacità di innovazione, competitività e, in ultima analisi, sovranità economica. Carli credeva che la formazione internazionale non fosse un lusso, ma una necessità, un investimento strategico che avrebbe permesso all’Italia di crescere e prosperare in un contesto globale sempre più competitivo.

Questa visione è stata più volte rilanciata negli ultimi anni dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha fatto del “diritto a restare” un tema centrale della sua azione politica. In diversi interventi pubblici, Meloni ha sottolineato la necessità di costruire “un’Italia nella quale chi è partito possa trovare mille ragioni per tornare, e nella quale chi è rimasto possa sentirsi parte di un grande progetto comune”. Un’Italia, ha affermato, che vuole essere “un posto dove i giovani arrivano, non quello da cui partono”.

Il tema del “diritto a restare” si radica in una storia che attraversa il Paese da nord a sud. Dal Friuli alla Sicilia, intere generazioni hanno conosciuto la partenza come destino quasi inevitabile. La sociologia e l’antropologia hanno spesso raccontato il fenomeno dell’emigrazione italiana come un tratto strutturale della modernità del Paese. Oggi, però, quella stessa tradizione migratoria può diventare una risorsa per pensare un modello diverso: un’Italia capace di trattenere talenti, attrarne da fuori e costruire reti con chi è partito.

Il sociologo e antropologo Vito Teti ha sintetizzato questo equilibrio con una formula efficace: “Partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare”. È proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide decisive per il futuro dell’Italia: fare in modo che partire non sia più una necessità, ma una scelta; e che restare diventi, per molti, la possibilità concreta di costruire il proprio futuro.

Perché il tema è politico, economico e sociale: un Paese che non riesce a trattenere i suoi giovani rischia di perdere non solo forza lavoro, ma anche idee, innovazione e capacità di visione. E in un’epoca in cui la competizione si gioca sempre più sul terreno della conoscenza, questa è una sfida che l’Italia non può permettersi di perdere.

La risposta, dunque, non può essere nostalgica né meramente conservatrice. Non si tratta di “fermare” i giovani in un territorio, ma di renderlo attrattivo, competitivo, capace di offrire opportunità almeno comparabili a quelle che si trovano altrove. In questo senso, il diritto a restare diventa il banco di prova di un Paese che vuole tornare a investire sul proprio futuro.

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