In un’intervista con Il Riformista, Monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, ha ribadito con fermezza la posizione della Chiesa cattolica contro la pena di morte, definendola una sconfitta della civiltà.

Secondo Mons. Paglia, la pena capitale rappresenta una contraddizione profonda con il principio della sacralità della vita umana. Riprendendo le parole di Papa Leone, ha sottolineato che essa è inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona.

Nel cuore della riflessione emerge un concetto chiaro: la giustizia non può trasformarsi in vendetta e la sicurezza collettiva non può giustificare la cancellazione definitiva della possibilità di redenzione. Per Mons. Paglia, ogni vita resta dotata di dignità, anche quando ha commesso crimini gravi.

L’arcivescovo ha denunciato una deriva culturale che tende a confondere sicurezza con vendetta, alimentando un clima di paura e divisione. Ha richiamato la necessità di una riscossa della fraternità, intesa come scelta culturale e politica capace di affermare il valore della vita umana in ogni sua condizione.

Sul piano etico, Mons. Paglia ha richiamato la distinzione tra giustizia e vendetta, evidenziando come la seconda non risolva i problemi sociali ma finisca per alimentare un circolo di violenza.

La sua posizione sulla pena di morte è netta: la vera legittima difesa della società consiste nella sua abolizione, perché una comunità che sceglie di non uccidere afferma la primazia della dignità umana.

Infine, Mons. Paglia ha criticato una certa rappresentazione pubblica della giustizia come spettacolo di punizione, ricordando che le istituzioni devono proteggere i cittadini e garantire la certezza della pena, ma senza negare la possibilità di redenzione.

Nel suo intervento, l’arcivescovo ha indicato la riforma della giustizia come parte di una più ampia riflessione culturale, invitando a superare la logica della paura e a riscoprire il valore della fraternità come fondamento della convivenza civile.

L’intervista completa

Lei ha affermato che la pena di morte è una sconfitta della civiltà. In che senso?

Perché significa che non siamo in grado di proteggere la società se non uccidendo. E questo è un arretramento culturale. La civiltà umanistica, che ha le sue radici nel Vangelo, ha sempre sostenuto l’idea che la vita umana è sacra. Oggi la pena di morte è una contraddizione con l’idea stessa di sacralità della vita, anche quando questa vita ha commesso crimini orrendi. La pena di morte è inammissibile perché è lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, come ha detto Papa Leone.

Oggi assistiamo a una deriva culturale che confonde sicurezza con vendetta?

Sì, e questa deriva produce una società sempre più chiusa, sospettosa, impaurita. La paura diventa il criterio di giudizio e la vendetta la risposta. In questo contesto, la pena di morte viene percepita come una soluzione quando in realtà è un fallimento. Bisogna invece riscoprire la fraternità come scelta culturale e politica, capace di garantire sicurezza senza rinunciare alla dignità umana.

La giustizia può essere vendetta?

No, mai. La vendetta è un modo primitivo di rispondere al male. La giustizia vera non è mai vendicativa, ma riparativa, educativa, capace di reintegrare. La pena può essere severa, ma non deve mai disumanizzare. La vendetta, invece, non risolve il problema del male, lo riproduce.

Perché la pena di morte è inammissibile?

Perché nega il principio fondamentale della dignità della persona. Ogni essere umano, anche il più colpevole, conserva una dignità che la società non può calpestare. La pena di morte chiude ogni possibilità di redenzione. E una società che sceglie di non uccidere afferma, al contrario, la primazia della dignità umana.

La pena di morte è un problema solo per l’Occidente?

No, è un problema universale. La vita umana è un valore che trascende le culture e le religioni. Però l’Occidente ha una responsabilità particolare, perché ha elaborato un pensiero umanista che oggi rischia di tradire.

La giustizia deve diventare uno spettacolo di punizione?

No. La giustizia non è uno spettacolo. La sofferenza non deve essere esibita. La giustizia deve essere sobria, rispettosa della dignità di tutti, anche dei colpevoli. La spettacolarizzazione della pena è una forma di regressione culturale.

Che vuol dire “certezza della pena”?

Vuol dire che chi commette un reato deve sapere che sarà punito. Ma la pena deve essere proporzionata, umana, finalizzata alla rieducazione. La certezza della pena non è mai la certezza della vendetta.

In una società violenta come la nostra, la pena di morte può avere un senso?

Proprio in una società violenta la pena di morte è un errore. Rispondere alla violenza con la violenza istituzionale significa legittimare la logica del più forte. La vera risposta alla violenza è una giustizia che protegge, educa, reintegra.

Quando la giustizia è vendetta?

Quando umilia, quando annienta, quando non lascia spazio alla speranza. La giustizia vendicativa è una giustizia fallita. La giustizia autentica è sempre orientata alla persona, anche quando deve punire.

Lei ha parlato di “riscoperta della fraternità”. Che cosa significa?

Significa riscoprire che siamo tutti legati, che nessuno è solo il suo crimine, che la vita dell’altro riguarda anche me. La fraternità non è un sentimento, ma una scelta culturale e politica. Vuol dire costruire una società in cui la dignità di ciascuno è riconosciuta e protetta.

La Chiesa cattolica è sempre stata contraria alla pena di morte?

No, la dottrina si è evoluta. Oggi il magistero della Chiesa, in continuità con il Concilio Vaticano II e con il Catechismo, ha preso una posizione chiara: la pena di morte è inammissibile. È una maturazione del pensiero cristiano, alla luce del Vangelo.

Perché la pena di morte è una sconfitta della civiltà?

Perché dimostra che non siamo capaci di proteggere la società senza eliminare una vita. Una civiltà umana dovrebbe essere capace di difendersi senza uccidere. La pena di morte è una resa, non una soluzione.

La società deve difendersi dai criminali violenti. Se non li uccide, come può farlo?

Può farlo con la detenzione, con la sicurezza, con le pene adeguate. Ma senza togliere la vita. La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, perché una società che non uccide è più forte, non più debole.

Si parla di “cultura della vendetta”. Che cosa significa?

È la cultura che risponde al male con il male, che confonde giustizia e rivalsa, che considera il colpevole come un nemico da eliminare. È una cultura sterile, che non costruisce futuro.

Cosa significa “riforma della giustizia” oggi?

Significa una giustizia più umana, più vicina alle vittime, più capace di reintegrare. Non una giustizia più dura, ma più giusta. Una giustizia che non risponde alla paura, ma alla dignità della persona.

Perché la pena di morte è inammissibile?

Perché nega il principio fondamentale della dignità della persona. Ogni essere umano, anche il più colpevole, conserva una dignità che la società non può calpestare. La pena di morte chiude ogni possibilità di redenzione. E una società che sceglie di non uccidere afferma, al contrario, la primazia della dignità umana.

La giustizia deve diventare uno spettacolo di punizione?

No. La giustizia non è uno spettacolo. La sofferenza non deve essere esibita. La giustizia deve essere sobria, rispettosa della dignità di tutti, anche dei colpevoli. La spettacolarizzazione della pena è una forma di regressione culturale.

Quando la giustizia è vendetta?

Quando umilia, quando annienta, quando non lascia spazio alla speranza. La giustizia vendicativa è una giustizia fallita. La giustizia autentica è sempre orientata alla persona, anche quando deve punire.

Lei ha parlato di “riscoperta della fraternità”. Che cosa significa?

La fraternità non è un sentimento, ma una scelta culturale e politica. Vuol dire costruire una società in cui la dignità di ciascuno è riconosciuta e protetta. Significa riscoprire che siamo tutti legati, che nessuno è solo il suo crimine, che la vita dell’altro riguarda anche me.

Perché la pena di morte è una sconfitta della civiltà?

Perché dimostra che non siamo capaci di proteggere la società senza eliminare una vita. Una civiltà umana dovrebbe essere capace di difendersi senza uccidere. La pena di morte è una resa, non una soluzione.

La società deve difendersi dai criminali violenti. Se non li uccide, come può farlo?

Può farlo con la detenzione, con la sicurezza, con le pene adeguate. Ma senza togliere la vita. La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, perché una società che non uccide è più forte, non più debole.

La fraternità non è un sentimento, ma una scelta culturale e politica. Vuol dire costruire una società in cui la dignità di ciascuno è riconosciuta e protetta. Significa riscoprire che siamo tutti legati, che nessuno è solo il suo crimine, che la vita dell’altro riguarda anche me.

Perché la pena di morte è una sconfitta della civiltà?

Perché dimostra che non siamo capaci di proteggere la società senza eliminare una vita. Una civiltà umana dovrebbe essere capace di difendersi senza uccidere. La pena di morte è una resa, non una soluzione.

La società deve difendersi dai criminali violenti. Se non li uccide, come può farlo?

Può farlo con la detenzione, con la sicurezza, con le pene adeguate. Ma senza togliere la vita. La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, perché una società che non uccide è più forte, non più debole.

La giustizia è vendetta?

Quando umilia, quando annienta, quando non lascia spazio alla speranza. La giustizia vendicativa è una giustizia fallita. La giustizia autentica è sempre orientata alla persona, anche quando deve punire.

Perché la pena di morte è inammissibile?

Perché nega il principio fondamentale della dignità della persona. Ogni essere umano, anche il più colpevole, conserva una dignità che la società non può calpestare. La pena di morte chiude ogni possibilità di redenzione. E una società che sceglie di non uccidere afferma, al contrario, la primazia della dignità umana.

La giustizia è uno spettacolo di punizione?

No. La giustizia non è uno spettacolo. La sofferenza non deve essere esibita. La giustizia deve essere sobria, rispettosa della dignità di tutti, anche dei colpevoli.

Fonti