Le violenze nelle piazze italiane del Nord del 21 ottobre 2026 non sono un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto l'epifenomeno di una carsicità disconosciuta o rinnegata. Il reticolo digitale ha un'impellenza nel reale che si manifesta a tempo debito. Le piazze non sono più solo luoghi fisici, ma terminali di codici e canali informatici sotterranei; l'aggressività si coltiva e si legittima online ben prima di esplodere in piazza.
In un paese dove si professa un patriottismo costituzionale acritico, "la Costituzione più bella del mondo", è paradossale la venerazione astratta della Carta accanto all'ostilità nel realizzarne i principi. L'articolo 17 è chiaro: i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senza armi.
Perché ora? Cui bono? Un movimento filorusso in Italia ha radici antiche. L'obiettivo, dichiarato o meno, è la disgregazione interna dell'Europa. Siamo in pieno conflitto asimmetrico: le liberaldemocrazie occidentali vengono iniettate di caos, con polarizzazioni esasperate e logoramento dell'ordine pubblico, mentre in Russia, Iran e Cina le contestazioni vengono represse con brutali repressioni.
Non si può ignorare il contesto macroeconomico: l'eccessivo risparmio privato delle famiglie, i "poveri benestanti" (termine coniato da Alberto Brambilla sul Corriere della Sera in L’Economia del 02-02-2026), il patrimonio liquido bloccato dalla paura, non dalla miseria materiale.
Manca la libertà nella responsabilità di cui parlava Emma Bonino: ogni diritto deve essere esercitato nella responsabilità etica e civile. In questo contesto, la retorica criminologica veteromarxista (scire per causas) che cerca di giustificare comportamenti delinquenziali è un errore logico. Essa cerca di equiparare la violenza a ingiustizie sociali, confondendo il dissenso legittimo con comportamenti violenti e delegittimando la responsabilità individuale.