La nuova legge elettorale ha un nome. Almeno secondo chi l’ha promessa e approvata in via definitiva, il 15 settembre, alla Camera dei deputati, a Roma: Stabilicum. Con le varianti critiche Meloncellum e Melonellum, traslitterazioni dell’aggettivo melonico, da Giorgia Meloni.
Il nome – il più usato, non quello ufficiale –, è stato coniato dal vice segretario di Forza Italia Stefano Benigni. In un’intervista all’agenzia Public Policy, il 12 agosto, Benigni ha confessato che “è nato come una battuta” e ha aggiunto che “non considero l’invenzione come una medaglia da appuntarsi al petto”.
Il riferimento è all’obiettivo della riforma: una maggiore stabilità politica, su cui però molti esperti dubitano. Il nome è stato difeso dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami: “Si chiama Stabilicum”, ha detto, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Foglio.
La tradizione dei nomi in latino maccheronico nasce oltre trent’anni fa, con intenti goliardici. La prima riforma a ricevere questo trattamento è stata il Mattarellum. L’editorialista del Corriere della Sera Giovanni Sartori, nel giornale del 19 giugno 1993, scrisse: “Salvo sorpresine finali, habemus Mattarellum”. La riforma che proponeva un sistema elettorale misto tra proporzionale e maggioritario (75% e 25%) aveva come relatore Sergio Mattarella, all’epoca deputato della Democrazia Cristiana.
Prima del 1993 i sistemi elettorali sono stati stabili per 45 anni (1948-1993). L’unica modifica risale al 1953, quando la maggioranza centrista di Alcide De Gasperi cercò di introdurre un premio di maggioranza del 65% per la coalizione con almeno il 50% dei voti, soprannominata legge truffa dall’opposizione. Fu abrogata l’anno successivo.
In concomitanza con l’approvazione della riforma, una manifestazione si è tenuta davanti a Palazzo Montecitorio. Tra i partecipanti, secondo AdnKronos, figurano anche i segretari di +Europa, Riccardo Magi, e di Avanti PSI, Enzo Maraio.